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Appunti di Viaggio

IL BLOG DI PIER GIOVANNI BRESCIANI

MANAGEMENT E CONSULENZA: DISSONANZE (2 di 7)

20/5/2020

 
Eccoci dunque alla prima delle cinque brevi riflessioni che vorrei svolgere su management e consulenza nel tempo della crisi, che ho introdotto con il mio precedente intervento: il primo dei ‘cinque pezzi (non) facili’ di cui al titolo.

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10 TESI SULL'IMPRESA

20/5/2020

 
Anna Granadori, 2015 - Il Mulino
​Ricordo che fui particolarmente attratto dal nono capitolo di questo piccolo ma prezioso volume di Anna Grandori (studiosa e ricercatrice i cui primi testi avevo iniziato a conoscere alcuni decenni fa, grazie a una indicazione del compianto Piero Romei): capitolo che aveva un titolo ‘promettente’ (‘Pratiche organizzative e performance nelle imprese italiane’) e che si apriva con una citazione di William Gibson che da sola ‘vale il viaggio’: ‘il futuro è già presente, solo che non è uniformemente distribuito’.

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CINQUE PEZZI (NON) FACILI. RIPENSARE MANAGEMENT E CONSULENZA OLTRE LA CRISI (1/7)

13/5/2020

 
La prima parte del titolo di questo intervento si richiama a un film di Bob Rafelson di ormai 50 anni fa e che ho amato particolarmente (‘Cinque pezzi facili’: film intenso e drammatico, nel quale straordinaria è l’interpretazione fornita da un Jack Nicholson in stato di grazia; non a caso sia il film che l’attore hanno ricevuto a quel tempo la nomination per l’Oscar).
 
Il titolo che ho scelto intende rimandare ai prossimi cinque interventi su questo blog, che rappresentano il mio tentativo (in realtà per nulla facile) di comporli nel loro insieme in un unico spartito, per affrontare un tema che reputo particolarmente cruciale: il futuro dell’attività di management e di consulenza, nell’orizzonte della crisi.

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POLITICA E COMPETENZE: UN RAPPORTO 'IMPOSSIBILE'?

6/5/2020

 
Nella mia esperienza, la domanda di consulenza si esprime molto spesso quando ogni altra via è percepita, da chi la esprime, come preclusa.

In fondo, a ben pensarci, la domanda (in particolare quando si tratti di psicoterapia individuale, ma anche di consulenza organizzativa) costituisce il tentativo che un soggetto (un politico, un imprenditore, il dirigente di una organizzazione, un lavoratore: una persona, insomma) esperisce, nel paradossale tentativo di ‘non cambiare’ (o più propriamente: di cambiare la situazione che ‘fa problema’ senza che questo implichi un qualche processo di sua trasformazione ‘personale’).

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IL MALINTESO

29/4/2020

 
Franco La Cecla, 2009 - Editori Laterza
In ragione della mia esperienza personale e famigliare, il concetto di malinteso ha costituito per me un oggetto di particolare interesse fin dalla mia prima adolescenza.
Successivamente, la mia esperienza di direzione nell’ambito di un’organizzazione di servizi, e poi quella di consulenza professionale rivolta alle imprese e alla pubblica amministrazione, hanno generato in me un particolare interesse sia per gli aspetti di pragmatica della comunicazione, sia per gli aspetti di dinamica relazionale nel rapporto di consulenza.
L’attività di riflessione svolta su questi temi, anche nell’ambito del mio insegnamento in università, mi ha portato a sviluppare una particolare sensibilità verso quegli approcci psico-sociali che fanno del malinteso un elemento cruciale e ‘intoglibile’ della relazione professionale.
In particolare (forse dell’inconsapevole tentativo di ‘riparare’ in qualche modo alla tanta sofferenza generata dal malinteso, della quale sono stato con dolore testimone da adolescente) sono stato progressivamente sempre più attratto dagli aspetti ‘fecondi’ del malinteso: come se non nonostante esso, ma proprio grazie ad esso (serendipicamente), i diversi attori di una relazione professionale (e di una relazione tout court) potessero raggiungere risultati impensabili all’inizio del loro rapporto.

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LA CAPACITÁ DI NON FARE, OVVERO L'ARTE DI ASTENERSI

24/4/2020

 
Diverso tempo fa, mi è capitato di mettere a tema un elemento che a me pare sempre più intrinsecamente costitutivo dell’agire competente, che ho definito ‘la capacità di non fare’, ovvero ‘l’arte di astenersi’.

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TO MAKE IT HAPPEN: LE INFRASTRUTTURE PER L'INTEGRAZIONE (4/4)

22/4/2020

 
Anche se a volte può essere spontanea (in quelle occasioni nelle quali le persone volontariamente e senza obblighi - a volte addirittura nonostante le condizioni di contesto - collaborano per un obiettivo condiviso, mettendo in comune competenze, risorse, servizi, strutture, ed a volte anche clienti-utenti), non per questo l’integrazione è un processo semplice, naturale e poco costoso.

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L'INTEGRAZIONE: ALCUNE QUESTIONI-CHIAVE (3/4)

15/4/2020

 
​L’integrazione richiama l’idea di soggetti diversi, con identità diverse ma precise, forti (per quanto è dato nel contesto attuale e nell’esprit du temp: potremmo dire winnicottianamente ‘abbastanza forti’), che cooperano in funzione del raggiungimento di obiettivi condivisi, mettendo in valore le proprie risorse e qualità.

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SCARCITY. PERCHÈ AVERE POCO SIGNIFICA TANTO

15/4/2020

 
Sendhil Mullainathan - Eldar Shafir, 2014 - Il Saggiatore
Questo volume contiene anche un capitolo dedicato al tema della competenza (uno dei temi principali della mia riflessione), e allo sviluppo della teoria della ‘larghezza di banda’ (proposta dagli autori) in relazione ad esso.
Ma come sempre succede, ‘frequentandolo’ ho scoperto che il volume contiene molte più cose di quelle che mi ero inizialmente prefigurato.

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ALTAN

15/4/2020

 
Coloro che hanno avuto la pazienza di guardare fino al termine lo spassoso e istruttivo monologo di Ivano Marescotti sull’identità della ‘vera Romagna’, forse ricorderanno che anche lui si richiama alla straordinaria vignetta di Altan (che a sua volta sembra ne sia debitore a Flaiano), nella quale uno dei suoi stralunati personaggi, fissando il lettore come si fissa il vuoto, afferma sconsolato e rassegnato ‘mi vengono in mente opinioni che non condivido’.

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L'INTEGRAZIONE: RAGIONI E DIFFICOLTÁ (2/4)

8/4/2020

 
L’esigenza di integrazione in qualsiasi campo (sociale; organizzativo-aziendale; formativo-educativo; tecnologico; psicologico ed intra-individuale) si è progressivamente affermata specularmente alla evoluzione del processo di differenziazione e di specializzazione tra le parti di un sistema (individuo, organizzazione, sistema istituzionale).

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MONOLOGO DI IVANO MARESCOTTI

4/4/2020

 
A proposito di integrazione e identità, temi affrontati nell'articolo 'l'integrazione come bene comune'

L'INTEGRAZIONE COME BENE COMUNE (1/4)

2/4/2020

 
Il gioco di parole di alcuni giorni fa del Presidente del Consiglio  (‘Oggi di fronte alla sfida del Coronavirus si impongono tre parole d’ordine: cooperare, cooperare, cooperare') ha richiamato l’attenzione (come sempre più spesso avviene di fronte alle sfide della modernità e della complessità) sulla esigenza ‘vitale’ di reciproco aiuto, supporto, condivisione, collaborazione, coordinamento tra soggetti, strutture, istituzioni per potere sopravvivere, evolvere, svilupparsi, ‘avere successo’.

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L'UOMO SENZA QUALITÁ E L'ALCHIMIA DELLE COMPETENZE

2/4/2020

 
Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conformemente alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913 
                                                                                                        
R. Musil, ‘L’uomo senza qualità’

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25/3/2020

 
Albert-László Barabási, 2004 - Einaudi Editore
Un testo particolarmente interessante e a tratti illuminante (almeno per me, che non sono un esperto di questo specifico ambito). A posteriori, un autentico insight sulla dinamica delle diffusioni ‘virali’, oggi così drammaticamente di attualità.
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All'inizio del ventunesimo secolo, un gruppo di scienziati sostiene che tutte le reti hanno in comune un ordine e che si comportano secondo alcune regole. Lo scienziato che per primo è riuscito a "mappare" la struttura complessiva del World Wide Web, racconta la storia dei sistemi connessi, cominciata nel Settecento con Eulero e giunta oggi a sviluppare nuove cure contro il cancro. L'autore illustra il lavoro di mappatura delle reti in un vasto ambito di discipline, nella convinzione che la rete sociale, le compagnie d'affari e le cellule sono molto più simili di quanto si pensi. Descrive le applicazioni concrete della nuova scienza, spiega come "Google" sia diventato il motore di ricerca più popolare e come la rete abbia condizionato l'economia americana.

UN ANNO NELLA VITA. IMPRESE: LA SALVEZZA NON È NEI NUMERI

1/1/2020

 
Pier Luigi Celli, 2006 - Sellerio Editore
Ci sono lacune manageriali più pericolose - ai fini della conduzione di impresa - della stessa carenza di competenze specifiche in alcuni settori (mettiamo, finanza o marketing o altro). E sono quelle che minano direttamente le capacità relazionali con colleghi e dipendenti, presentandosi come difficoltà di rapporto che, sotto l'alibi del carattere, giustificano rigidità, distanza, fino a scorrettezze e sostanziale disprezzo.
La formazione alla carriera manageriale è spesso frutto di casualità e di approssimazione sui terreni che circondano l'asse dello specialismo su cui si è cresciuti. Fa premio, talora, una esagerata rincorsa all'avanzamento e al successo che perde per strada pezzi importanti di tessuto connettivo e di obiettivi intermedi, sulla spinta di un individualismo potenzialmente egemonico e, di conseguenza, scarsamente attento ai problemi e alle aspirazioni degli altri.
La conseguenza di questa accelerazione verticale senza spazi intermedi di sedimentazione, è almeno duplice:

1. Ha scarso valore, e ancora più scarso rilievo pratico, tutto ciò che sa di cultura, intesa spesso come inutile perdita di tempo ma, ancor peggio, come un bagaglio irrilevante ai fini degli scopi chiarissimi che si hanno in testa.

2. È di impaccio tutto ciò che obbliga a percorsi laterali, configurandosi come esigenza di dare spazio a contatti e relazioni che non sono strettamente finalizzati, ancora una volta, ai propri piani di carriera.

Si perdono cioè, pressoché integralmente, sopravvivendo al massimo solo in una prospettiva funzionale, sia le dimensioni larghe del saper guardare il mondo da punti di vista molteplici, ancorati a saperi diversi, ricchi proprio per la loro contaminazione, sia la dimensione sociale delle regole di convivenza, su base valoriale e non semplicemente utilitaristica, che alimentano una forma di capitale indispensabile per la tenuta delle imprese nel tempo.
Il perché si sia determinato uno schema così arido di sviluppo è parecchio complesso da definire, ma certamente alcuni elementi hanno contribuito fortemente a influenzarlo.
In primo luogo il prevalere delle logiche finanziarie in impresa, con l'attenzione esagerata ai temi e agli strumenti, sempre più sofisticati, di 'benessere economico', anche a prescindere dal benessere tout court dell'impresa.
'Fare i conti' ha significato la resa incondizionata alla logica miope del 'numero' a tutti i costi, e i numeri, nella loro apparente neutralità, hanno in realtà colonizzato le teste e inaridito i cuori.
La lotta col numero è una lotta solitaria che ben si concilia con carriere singolariste (monoteiste, si direbbe) e consente di ritenere come spurie altre condizioni. Figurarsi i rapporti sociali e i sentimenti, luoghi di un politeismo ambiguo, così assurdamente qualitativo.
C'è, certamente, accanto a questa preferenza ormai largamente espressa a valorizzare gli uomini che vengono dal versante finanziario, e garantiscono la sacralità dei conti, una progressiva perdita di significato della formazione più generale, quella che gira in torno alle cose nella presunzione che a capirle serva tempo e connivenza empatica.
Se la specialità più di moda abilita a progredire rapidamente perché perdere tempo, ancora una volta, con fantasie opinabili o percorsi ondivaghi così poco appetibili?
È così che le aziende hanno a poco a poco ridotto l'investimento emotivo nella filosofia, prima che nei programmi, della formazione; magari aumentando la dotazione delle risorse per le nuove forme di addestramento che consentono di controllare gli spazi intermedi delle professioni e delle loro famiglie, a cui vengono sottratti (per pudore) i talenti da trattare su percorsi accelerati, fittiziamente finalizzati.
Il terzo perché, alla base di questa deriva tecnologica e asettica del management di vertice, è fornito dalle politiche consulenziali praticate negli ultimi decenni, specie dalle grandi imprese.
Con un ribaltamento abbastanza spettacolare delle logiche di committenza, alla fine sono le società di consulenza a selezionare il management più adatto ad utilizzarle, finendo con l'imporre la propria cultura standardizzata, ma internazionalmente compatibile, e fornendo all'impresa propri partner in posizione di vertice o negli immediati dintorni.
Il risultato è che le culture originali delle imprese si sono tutte sterilizzate a favore di un unico grande pensiero procedurale, il problema degli uomini di vertici (leader manageriali) è stato risolto alla radice, delegato (o assunto in proprio) nell'alveo di alcuni grandi gruppi di consulenza internazionale, e infine, le grandi imprese, in questo paese, si sono drasticamente ridotte fino quasi a scomparire.
È chiaro che la pratica, confermata a macchia d'olio, di accesso alle posizioni apicali delle carriere manageriali attraverso percorsi esterni all'impresa, rende superflua ogni gavetta relazionale, abitua a considerare ininfluenti le potenzialità e le aspirazioni degli uomini che hanno percorsi tutti interni, affida, soprattutto, alla potenza carismatica degli strumenti la soluzione di ogni problema di strategia. Insomma, perché perdere tempo in macchinosi programmi di sviluppo degli itinerari di carriera quando c'è ormai chi le carriere le preconfeziona come by-product del proprio mestiere consulenziale?
Poi, quando qualche dubbio sopravviene, e nonostante gli investimenti in consulenze i business prendano a soffrire, ci si ricorda che le regole che ci hanno formato sono 'eminentemente etiche' (la cultura è anglosassone, non a caso) e dunque la nostra responsabilità sociale è salva, indipendentemente dalla spersonalizzazione dei rapporti e dal divario tra ciò che si crede ufficialmente e quello che quotidianamente si pratica.
Chi l'ha detto che bisogna metterci della passione per lavorare bene o, Dio non voglia, derogare alle procedure per qualche inciampo causato dai rapporti umani troppo stretti?
Meglio, dunque, affermare i principi e poi regolarsi come se questi ci proteggessero comunque. Una buona comunicazione farà il resto. 

(Pier Luigi Celli, tratto dal capitolo Imprese: la salvezza non è nei numeri di Un Anno nella Vita)
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    PIER GIOVANNI BRESCIANI

    Psicologo, Fondatore di Studio Méta & associati, Professore a contratto presso Università di Urbino

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