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Appunti di Viaggio

IL BLOG DI PIER GIOVANNI BRESCIANI

10 TESI SULL'IMPRESA

20/5/2020

 
Anna Granadori, 2015 - Il Mulino
​Ricordo che fui particolarmente attratto dal nono capitolo di questo piccolo ma prezioso volume di Anna Grandori (studiosa e ricercatrice i cui primi testi avevo iniziato a conoscere alcuni decenni fa, grazie a una indicazione del compianto Piero Romei): capitolo che aveva un titolo ‘promettente’ (‘Pratiche organizzative e performance nelle imprese italiane’) e che si apriva con una citazione di William Gibson che da sola ‘vale il viaggio’: ‘il futuro è già presente, solo che non è uniformemente distribuito’.
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In quel capitolo, venivano richiamati i dati di una ricerca del CRORA del 2005 sulle prime 600 imprese per fatturato in Italia con più di 150 dipendenti, da cui era risultato un campione di 80 casi validi.
 
Identificate a priori 16 ‘pratiche organizzative’ che (prese singolarmente oppure in combinazione con altre) avevano mostrato di avere qualche effetto sulla performance, la ricerca si proponeva di verificare quale effetto avesse la loro applicazione su un indice composito di performance (crescita, efficienza, tasso di conflitto, innovazione).
 
Il primo dato interessante che emergeva è che tra le 16 pratiche esisteva un nucleo minimale statisticamente necessario (ancorchè non sufficiente) per osservare performance superiori alla media, nucleo composto da due soli elementi: elevata flessibilità interna del lavoro combinata con una marcata democrazia formale.
 
Ciò conferma una delle tesi sostenute dell’autrice nel volume, secondo la quale è importante che la flessibilità interna del lavoro sia combinata con garanzie nei confronti di un uso opportunistico demansionante (anziché equo e qualificante) dei cambiamenti di compiti. Studi di caso qualitativi e approfonditi mostrerebbero infatti come anche pratiche che sono state tradizionalmente assai invise ai sindacati dei lavoratori (come il cottimo e il tailorismo), possono assumere un sapore e un valore assai diverso, se accompagnate da correttivi democratici al sistema di decisione.
 
Per inciso l’autrice osserva come a differenza del modello tedesco, il modello italiano (o almeno quello che lei definisce ironicamente ‘il più gettonato’) sia quello delle decisioni unilaterali non si sa quanto buone dal punto di vista strategico e industriale: salvo poi scontare ex-post alti costi di negoziazione e alti costi di cattiva attuazione, per l’avversione di coloro che dovrebbero dare ‘gambe e braccia’ alle decisioni prese.
 
La Grandori mostra poi come le forme organizzative a bassa performance (in termini sia di efficienza sia di innovazione) presentino dei deficit di elementi sia di competitività interna (mercatistici e meritocratici) sia di democrazia interna.
 
Richiamando i dati di una ulteriore ricerca realizzata nel 2006, l’autrice osserva come forti convergenze nelle preferenze dei lavoratori siano emerse sul terreno della domanda di sviluppo e partecipazione. Tutti lavoratori, indipendentemente dal loro inquadramento e dalla natura della loro attività, specificamente richiesti di esprimere un ordine di preferenza hanno messo al primo posto il gruppo di fattori costituito da: contenuto del lavoro, possibilità di carriera e sviluppo, accesso ai piani di formazione, e partecipazione alle decisioni aziendali. Inoltre si sono registrate preferenze maggioritarie per: una certa componente di rischio nella retribuzione, legata ai risultati individuali e collettivi; condizioni e contenuti del lavoro definiti in modo flessibile; presenza di benefit non tradizionali di supporto all’equilibrio tra vita privata e lavorativa; una trasformazione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato non automatica, ma basata su decisioni ad hoc.
 
Al termine del capitolo, l’autrice osserva che alcune di queste preferenze sono non ovvie, e abbastanza lontane dagli stereotipi; e si chiede se sia la mancanza di ascolto, consultazione e negoziazione la ragione per cui nel nostro Paese si riescono costruire, e a mantenere in essere, politiche che non piacciono a nessuno, e che tutti vorrebbero cambiare.
 
Credo che da questi pur brevi richiami emergano con evidenza sia le ragioni del mio personale interesse a cimentarmi con un approccio diverso ai temi dei quali mi occupo in termini di ricerca, insegnamento accademico e attività professionale, sia dell’interesse strategico della psicologia del lavoro a confrontarsi e a ‘contaminarsi’ con altre discipline (in questo in questo caso, in particolare, con l’economia e le scienze dell’organizzazione).

Per scrivere, ci vuole un po’ di speranza.
Speranza che le idee maturate non siano importanti e interessanti solo per chi scrive, nonostante, o forse proprio a causa della loro differenza con il modo prevalente di pensare.
O forse perché si sente talvolta dire che le idee mancano, almeno idee che implichino un ripensamento di fondo sull’organizzazione del nostro sistema economico. Il percorso di sviluppo delle idee qui esposte non è stato breve, e molte sono state pubblicate in linguaggio teorico e lavori scientifici. Ma solo ora mi sono risolta a scriverle con ‘leggerezza’ e ‘brevità’, in un formato adatto a un potenziale dibattito su questi temi al di fuori della comunità scientifica. Un motivo è che mi pare che uno spazio di dibattito sull’organizzazione economica si sia in effetti riaperto. Uno spazio di ripensamento nato dalla crisi? Probabilmente. Quali ne siano le ragioni, un’occasione da non perdere per discutere e forse – la speranza che non si osa quasi esprimere – per cambiare.
Perché di cambiamento delle concezioni e nelle pratiche più diffuse, e considerate ‘normali’, nell’organizzazione economica ci sarebbe disperato bisogno. In effetti, nella discussione sulle cause e i rimedi della presente crisi economica, non si fa che parlare di riforme; e il modo in cui se ne parla è un’ulteriore motivazione a scrivere.
In primis, per ciò che manca nelle discussioni sulle riforme. Il dibattito si è in larga parte concentrato su temi macroeconomici: più o meno tasse, più o meno libero mercato e flessibilità, più o meno regolazione dei mercati finanziari… Ma nessun mercato, nessun gioco funziona se i giocatori sono impazziti. Come avere buoni giocatori? Oscar Wilde ebbe a dire che non esiste un marito ideale, se è l’istituzione del matrimonio a essere sbagliata. Parimenti, non esistono giocatori buoni se le istituzioni che li costituiscono sono sbagliate. E tra i giocatori più importanti vi sono, senz’altro, le imprese. Questo libro sostiene che la crisi che viviamo sia una crisi dell’istituzione impresa, tanto quanto se non più di quanto non sia una crisi del mercato.
[…]
Il risultato di queste elaborazioni sulla natura,l'organizzazione e il governo dell'impresa, sono qui presentate in 10 tesi: un formato che si spera adatto a stimolare un dibattito ampio su troppe verità (o falsità) date per scontate; con il supporto di dati e casi soprattutto sulla realtà italiana. Le tesi sono perciò presentate in contrasto con altrettanti 'luoghi comuni' che esse contraddicono e si candidano a sostituire.
Infatti, una parte troppo vasta dei dibattiti che si svolgono attorno alle famose riforme di cui tutti parlano, sono zeppi di quei luoghi comuni, da cui non può venir fuori nulla di buono e certamente nulla di nuovo; per giunta sorprendentemente diffusi tra i diversi soggetti e parti che hanno il potere e la responsabilità di agire – rappresentanti del governo, dei partiti, delle imprese, dei sindacati.
Dunque il proposito principale di questo scritto è proporre una riforma dei concetti e del linguaggio, come base e premessa per qualsiasi riforma saggia del sistema economico e organizzativo reale. Credo che questo sia un contributo che almeno qualcuno tra chi ha il privilegio di dedicarsi per mestiere alla conoscenza e allo studio abbia il dovere di dare, cercando di seguire l’accorto invito di Max Weber a cercar di pensare sé stessi e il proprio ruolo come ‘intellettuali’ piuttosto che come ‘autori’, ‘consiglieri’ o ‘tecnici’.
[...]
Perciò l’ultima nozione comune che sarebbe probabilmente bene abbandonare, forse la madre o forse la figlia di tutti i luoghi comuni, è quella di ‘capitalismo’. Essa è ampiamente ancora utilizzata sia dai suoi sostenitori sia dai suoi critici è [per es. Baumol et al. 2013; Rifkin 2014; Pikketty 2014]. Tuttavia, continuare a pensare e a dire che siamo in un ‘sistema capitalistico’, rischia di dare continuità a idee obsolete sulla natura dell’impresa e del nostro sistema economico, ostacolandone una piena evoluzione come società democratica fondata sul diritto, che già in buona parte esiste. Non solo per la concezione d’altri tempi dell’impresa che il termine capitalismo contiene. In aggiunta, perché esso perpetua pure l’idea, presente nelle concezioni sui possibili sistemi economici che prevalsero nel secondo ‘800, che il ‘sistema capitalistico’ sia composta dal ‘modo capitalistico di organizzazione della produzione’ e dal ‘mercato come organizzazione degli scambi’, come se componessero un ‘sistema’ inscindibile, cui ne andrebbero contrapposti altri. In realtà, il mercato è un innovazione molto più antica dell’era capitalistica. Può funzionare benissimo con unità produttive di natura molto varia, non solo imprese di diversa forma e diversa struttura proprietaria, ma anche tra unità che imprese non sono affatto. E anche nel caso dei mercati finanziari, se le prime forme di societas si fanno risalire ai romani, le prime forme di Borsa, vengono fatte risalire ai Greci. ‘Borse valori’ e mercati finanziari di vario genere si formarono e funzionarono prima e senza imprese ‘capitalistiche’; e, nel presente, i mercati finanziari funzionano anche con imprese ‘non capitalistiche’ (per esempio cooperative che emettono azioni).
Questa varietà di combinazioni possibili era stata vista ai tempi in cui il dibattito sulla natura dei sistemi economici ebbe origine – per esempio la combinazione tra mercato e unità produttive democraticamente governate era presente in elaborazioni che poi non ebbero seguito di massa, come quelle di alcuni cosiddetti ‘socialisti utopisti’. Poi, come è successo con la varietà dei vangeli all’origine della chiesa cristiana, una visione ha prevalso e le altre sono state dimenticate. Ma quando, se non in tempi di crisi della verità in voga, varrebbe la pena di riscoprire le incertezze e i dubbi che avevano pur accompagnato il sorgere? Molto del futuro si può trovare nel presente, basta saper guardare, è stato detto; e, a saper ben guardare, un po’ di futuro si può trovare anche nel passato remoto.



(tratto dalla premessa e dalle conclusioni del volume)

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    PIER GIOVANNI BRESCIANI

    Psicologo, Fondatore di Studio Méta & associati, Professore a contratto presso Università di Urbino

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