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Appunti di Viaggio

IL BLOG DI PIER GIOVANNI BRESCIANI

L'INTEGRAZIONE COME BENE COMUNE (1/4)

2/4/2020

 
Il gioco di parole di alcuni giorni fa del Presidente del Consiglio  (‘Oggi di fronte alla sfida del Coronavirus si impongono tre parole d’ordine: cooperare, cooperare, cooperare') ha richiamato l’attenzione (come sempre più spesso avviene di fronte alle sfide della modernità e della complessità) sulla esigenza ‘vitale’ di reciproco aiuto, supporto, condivisione, collaborazione, coordinamento tra soggetti, strutture, istituzioni per potere sopravvivere, evolvere, svilupparsi, ‘avere successo’.
A ben vedere, cooperare, collaborare, coordinarsi sono tutte dimensioni in qualche nodo riconducibili (‘linkabili’, come si direbbe oggi) al concetto di ‘integrazione’
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Integrazione’ è un termine in effetti evocato con intensità crescente negli anni recenti, in diversi contesti e con diversa finalità (sul motore di ricerca Google, digitandola si ha accesso a circa 38.000.000 di risultati):
 
  • in ambito politico-istituzionale: dove si fa spesso riferimento ad obiettivi di integrazione economica (ad esempio tra i Paesi UE), di integrazione sociale (un cui sinonimo oggi spesso richiamato è il concetto di inclusione: e questo riguarda tutti coloro che incontrano difficoltà nell’accesso al lavoro, ai servizi, e più in generale alla fruizione di quelli che vengono chiamati ‘nuovi diritti di cittadinanza’), di integrazione sociale e culturale (quando ci si riferisce ad esempio alle problematiche degli immigrati); oppure si fa riferimento all’integrazione tra le diverse politiche, e tra i diversi sub-sistemi deputati alla loro programmazione e gestione (quando si parla di integrazione inter-istituzionale, orizzontale e verticale)
 
  • in ambito organizzativo-manageriale: dove ad esempio si auspica e si cerca di raggiungere l’integrazione tra le funzioni ed i processi aziendali, necessaria per raggiungere obiettivi di efficacia, di efficienza e di qualità dei prodotti e dei servizi (quell’integrazione che, come vedremo, proprio il processo di sempre maggiore specializzazione di quelle funzioni e di quei processi - specializzazione alla quale l’azienda non si può sottrarre, pena la perdita del suo mercato - rende necessaria); o l’integrazione tra azienda e fornitori - fino alla co-makership; o tra aziende dello stesso distretto e/o della stessa filiera o piattaforma produttiva (alcuni studiosi di questa tematica hanno da tempo individuato addirittura la figura definita ’integratore di sistema’ quale figura-chiave per lo sviluppo dei distretti)
 
  • in ambito educativo-formativo: dove ad esempio si parla di integrazione scolastica dei disabili ed degli immigrati, ma anche, ad un altro livello, di integrazione tra scuola e formazione professionale, e tra queste e le imprese (si pensi alle diverse forme di alternanza e all’apprendistato); e dove l’integrazione costituisce un requisito di qualità e di efficacia dei curricoli e dei percorsi formativi (integrazione tra materie/discipline, tra moduli/unità didattiche, tra docenti) in funzione dell’apprendimento: e si tratta di un bisogno così forte da generare, anche in questo caso, il bisogno di figure dedicate al ruolo di ‘integratori’ (si pensi al tutor, ad esempio, nella sua versione più evoluta)
 
  • nell’ambito delle politiche del lavoro e dei servizi per l’impiego: dove il passaggio, così spesso evocato, dalla ‘cultura degli adempimenti’ alla ‘cultura del servizio’ trova da qualche tempo nell’integrazione (tra strutture, servizi, operatori e competenze; tra pubblico e privato; tra livelli di intervento del pubblico; etc.) la sua risorsa cruciale ed il suo vincolo (culturale, organizzativo e strutturale); ed anche in questo caso, la crescente rilevanza attribuita ai processi di accompagnamento alla costruzione di progetti professionali ed alla ricerca del lavoro da parte delle persone esprime il bisogno crescente di ruoli che siano in grado di supportare l’integrazione di quel puzzle di elementi diversi dei quali è sempre più fatto il percorso di accesso alla vita attiva, nell’orizzonte di flessibilità, di temporaneità (non di rado di precarietà), di ‘liquidità’ (direbbe Bauman) che caratterizza lo sviluppo delle relazioni sociali e lavorative (il più unanimemente riconosciuto di tali ruoli a livello internazionale è quello di ‘case manager’)
 
  • nell’ambito socio-sanitario: dove l’affermarsi del concetto di ‘rete’ (ormai diventato concetto di riferimento in molti campi, fino a dare luogo negli ultimi anni ad un settore specifico di studi ed analisi: la ‘scienza delle reti’) ha rappresentato con particolare emblematicità l’istanza alla cooperazione ed al coordinamento degli interventi, in funzione della loro efficacia e qualità per il cliente-utente-paziente
 
  • ma anche nei trasporti e nella mobilità (dove si parla di sistemi per la ‘integrazione territoriale’), nell’informatica e nell’elettronica (dove l’innovazione sembra passare dall’integrazione dei microprocessori; dall’integrazione dei linguaggi e dei sistemi operativi e dalla loro ‘interoperabilità’; dall’integrazione dei sistemi hardware e software: fino alla esplosione recente della galassia di termini e significati riconducibili alla formula ‘industria 4.0’).
 
Vorrei riflettere con voi, quindi, sulle ragioni di questa diffusione ‘virale’, e chiedermi che cosa vi sia di trasversale, che accomuna in qualche modo il significato che a questo termine viene attribuito nei diversi contesti.
 
Cercherò di parlare di integrazione non come asettico studioso della materia che osserva i fenomeni con il filtro del racconto di altri, quanto piuttosto come persona che ha incontrato, e ancora incontra, questo tema (come dover essere desiderabile; come obiettivo da raggiungere; come problema da risolvere; e quindi come istanza da strumentare operativamente, per renderla concretamente possibile: to make it happen) in molti luoghi e momenti del suo agire professionale.
 
Come prospettiva, vorrei assumere quella di una persona che su queste pratiche cerca eticamente di riflettere, anche scrivendone: il che mi pare particolarmente importante, oggi che si parla tanto di ‘agire riflessivo’ come requisito cruciale perché l’attività (il ‘fare’) diventi ‘esperienza’, e perché questa si sviluppi in apprendimento.
 
Parlerò a partire dalla pratica, quindi: nella convinzione che ‘il pensiero procede dall’azione’.
 
E una conferma di questo principio, con riferimento al tema di questa mia introduzione, è l’osservazione (che ci viene anch’essa dall’esperienza) che ‘si impara ad integrarsi integrandosi’: e cioè che il modo migliore per ottenere risultati quando le persone, le organizzazioni o i sistemi cercano di funzionare ispirandosi al principio-guida dell’integrazione e traducendolo in ‘cose concrete’ (servizi, processi di lavoro, comportamenti) è quello di sperimentarlo concretamente, di cooperare, collaborare, condividere, coordinarsi con gli altri, di ‘sporcarsi le mani’, di calarsi in una dimensione di esperienza: sulla quale riflettere, appunto, ma a partire da dati di realtà ed imparando dalla pratica.
 
Poiché l’integrazione è il risultato di comportamenti, e i comportamenti sono il risultato della ‘cultura’ delle persone (le loro rappresentazioni, i loro valori, il loro modo di vedere e di intendere le cose).
 
E le ‘culture’ sono sempre il risultato di una storia, e cioè di una esperienza che ha una sua consistenza, e una sua durata nel tempo: che è il motivo per cui da un lato sono così ‘resilienti’ (e questa è una risorsa essenziale, quando serve), e dall’altro sono così ‘dure a morire’ (e questo invece è un bel problema, quando occorre cambiare).
 
Questo significa anche che se l’integrazione è un obiettivo, e cioè se si vuole ottenere (come le istituzioni ed il management organizzativo spesso si propongono) l’integrazione come risultato, occorre avere la pazienza, la perseveranza e la lungimiranza di costruire una storia, e la capacità di fare accadere in questa storia ‘le cose giuste’, e cioè di prendere quelle decisioni (di governo del sistema; di governo dell’organizzazione) che sole sono in grado di favorire questo obiettivo/risultato.
 
Come cercherò di argomentare nei prossimi interventi, ciò significa che occorre creare le infrastrutture dell’integrazione, e questa è una responsabilità innanzitutto istituzionale e manageriale.
 
Naturalmente, ciò non significa che si tratti di una responsabilità esclusivamente istituzionale e manageriale: ma procediamo con ordine.
 
Nel prossimo intervento cercherò di analizzare le ragioni e le principali difficoltà del ‘fare integrazione'.

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    PIER GIOVANNI BRESCIANI

    Psicologo, Fondatore di Studio Méta & associati, Professore a contratto presso Università di Urbino

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