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Appunti di Viaggio

IL BLOG DI PIER GIOVANNI BRESCIANI

IL MALINTESO

29/4/2020

 
Franco La Cecla, 2009 - Editori Laterza
In ragione della mia esperienza personale e famigliare, il concetto di malinteso ha costituito per me un oggetto di particolare interesse fin dalla mia prima adolescenza.
Successivamente, la mia esperienza di direzione nell’ambito di un’organizzazione di servizi, e poi quella di consulenza professionale rivolta alle imprese e alla pubblica amministrazione, hanno generato in me un particolare interesse sia per gli aspetti di pragmatica della comunicazione, sia per gli aspetti di dinamica relazionale nel rapporto di consulenza.
L’attività di riflessione svolta su questi temi, anche nell’ambito del mio insegnamento in università, mi ha portato a sviluppare una particolare sensibilità verso quegli approcci psico-sociali che fanno del malinteso un elemento cruciale e ‘intoglibile’ della relazione professionale.
In particolare (forse dell’inconsapevole tentativo di ‘riparare’ in qualche modo alla tanta sofferenza generata dal malinteso, della quale sono stato con dolore testimone da adolescente) sono stato progressivamente sempre più attratto dagli aspetti ‘fecondi’ del malinteso: come se non nonostante esso, ma proprio grazie ad esso (serendipicamente), i diversi attori di una relazione professionale (e di una relazione tout court) potessero raggiungere risultati impensabili all’inizio del loro rapporto.
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Proprio in questo senso, ho scritto ad esempio del dispositivo noto come ‘bilancio di competenze’ definendolo come ‘fortunato malinteso’.
Credo che queste poche parole in premessa possano rendere ragione dell’interesse che ha suscitato in me il volume di La Cecla, che sviluppa le sue considerazioni anche con riferimento al rapporto fra culture, toccando un tema particolarmente cruciale del nostro tempo.
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Il malinteso è molto poco egualitario: la sua stessa definizione è un partito preso.
Ciò implica che ci sia una giusta versione: ‘un beninteso’. Quando dico che c’è stato un malinteso, intendo dire che ‘rispetto ad una giusta interpretazione’ qualcuno ha deviato per mancanza d’attenzione, poca volontà, ostruzionismo o stupidità. Ma è pur vero che nella pratica sappiamo tutti che è facile essere vittime o artefici di un malinteso. Non per questo smettiamo di parlarci l’un l’altro. Perché il malinteso è una trappola dell’incontro, un qualcosa che può accadere, senza che poi io e tu lo vogliamo.
Il malinteso, nella splendida accezione del filosofo francese Wladimir Jankelevitch, è un ‘quasi niente’. Se fosse di più non saremmo caduti nella sua trappola.
Ma il ‘quasi niente’ è talmente importante da farci capire che c’è qualcosa del mio pensiero che non è stato possibile dirti.
Questa ‘sfumatura’ ha a che fare con i nodi intimi dell’identità (è il ‘non so che’ compagno del ‘quasi niente’ per Jankelevitch) e non è traducibile. Se si cerca di eliminare questo ‘quasi niente’ si riduce il dire a un detto e chi dice ad un suo enunciato.
Nei rapporti tra culture diverse avviene qualcosa di analogo. Dovrebbe esserci implicita la consapevolezza di una differenza intraducibile da una cultura all’altra, così come c’è sempre qualcosa di intraducibile da una lingua all’altra. Le culture sono incommensurabili. Le si può mettere accanto, ma non coincidono, né ‘combaciano’. Da qui l’inestinguibilità dei malintesi.
Eppure le culture – è l’esperienza storica che ce lo racconta – si sono spesso incontrate, hanno convissuto, si sono incrociate. I luoghi ed i momenti dell’incontro sono stati altrettanto frequenti quanto quelli dello scontro. Come hanno fatto? Perché non hanno cercato disperatamente di tenersi separate? Perché non sono rimaste fedeli ad una idea di identità a cui sta a cuore il non essere fraintesa, ridotta deformata? Perché allo scetticismo della contestazione – i malintesi sono inevitabili – non è corrisposta sempre e dovunque una pratica della ‘evitazione dell’incontro’?
La risposta può essere che i malintesi a volte diventano lo spazio in cui le culture si spiegano e si confrontano, scoprendosi diverse. Il malinteso è il confine che prende una forma. Diventa una zona neutra, un terrain-vague, dove l’identità, le identità reciproche si possono attestare, restando separate appunto da un malinteso.
Il malinteso può, in questo senso, difendere l’identità interna di una persona o di una cultura.
Ma i malintesi offrono anche uno spazio di spiegazione.
Il malinteso è allora una occasione di traduzione, una zona di cui l’incommensurabilità tra persone o tra culture arriva a patti.
Questo testo vuol provare a chiarire a cosa servano i malintesi, vuole descrivere cosa il malinteso ‘ci fa’ e cosa con esso ‘si può fare’. Cercheremo di distinguere il malinteso di cui siamo vittime e quello di cui siamo attori o addirittura promotori.
Questo caso, come il caso più generale della gestione del malinteso, ha a che fare, vedremo, con delle ‘pratiche’ con una competenza dei rapporti, con un ‘sapere’ culturale rispetto agli altri e alla alterità, con un’arte di vivere e di convivere nonostante o proprio grazie al malinteso.
Il malinteso, insomma, vuole essere indagato qui come forma di strategia interpersonale e interculturale che prepari, produca e consenta la tolleranza. Sapendo che esso è per sua natura equivoco e difficile da imbrigliare, questa non sarà un’opera facile e ci darà da penare. Non si dovrebbe mai dimenticare che il malinteso ‘ci fa soffrire’, è una situazione disagevole e poco simpatica: ci fa sentire la ruvida sensazione dell’attrito che esiste tra le pieghe della nostra alterità.

(tratto dalla 'Introduzione' del volume)

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    PIER GIOVANNI BRESCIANI

    Psicologo, Fondatore di Studio Méta & associati, Professore a contratto presso Università di Urbino

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