Studio Méta & associati
  • Home
  • Chi Siamo
  • Aree di attività
  • Clienti
  • Contatti
  • BLOG

Appunti di Viaggio

IL BLOG DI PIER GIOVANNI BRESCIANI

L'INTELLIGENZA DELLE ISTITUZIONI

6/8/2020

 
Carlo Donolo, 1997 - Feltrnelli
L’INTELLIGENZA DELLE ISTITUZIONI: TRA POSSIBILITÀ E NECESSITÀ
 
Il volume di Carlo Donolo è stato pubblicato oltre vent’anni fa, eppure è di un’attualità straordinaria.
 
Per capirlo e ‘sentirlo’, basta leggere le parole accorate e appassionate (accorate perché appassionate) dell’introduzione, ed ascoltare la ‘radicalità’ della critica che esse esprimono nei confronti della politica, della dirigenza pubblica, della accademia, degli intellettuali, del mondo della informazione e della comunicazione.
Picture
​​Una radicalità così intransigente da risultare, almeno per la mia esperienza, in parte ingenerosa, come spesso accade quando si esprime un vissuto di delusione o addirittura di 'tradimento' (non a caso viene evocata la  trahison des clercs), vissuto che a sua volta evoca una precedente speranza, illusione, amore (come nelle dinamiche intra-famigliari: si pensi alle illuminanti considerazioni contenute nel bellissimo testo di Mara Selvini Palazzoli sui 'Giochi psicotici della famiglia', non a caso anch'esso datato ma assolutamente attuale).
 
Ma con ciò che è accaduto in questi vent’anni, a me sembra che le parole di Donolo risuonino oggi ancora più forti e indichino, per chi abbia interesse ad ascoltarle, un percorso di analisi e riflessione (e anche di intervento) finalmente all'altezza delle questioni in campo, delle sfide del tempo, e della nostra intelligenza collettiva.

Come mi capita di osservare sempre più spesso, dovremmo valorizzare di più e meglio l'incredibile qualità delle tante buone pratiche di cui è disseminato questo lungo Paese, e deciderci una buona volta a trattarci (noi e coloro che verranno dopo di noi) con il rispetto e la considerazione che ci dobbiamo: per quello che facciamo, per come lo facciamo, per quello che abbiamo imparato facendolo, e che abbiamo solo il problema di riuscire ad esprimere, uscendo dalla gabbia dei dispositivi (a volte amministrativi, a volte socio-istituzionali, altre volte mentali) dai quali ci lasciamo troppo spesso incatenare. 

Ma per fare questo, da un lato occorre 'pensare alto', e dall'altro occorre forse rimettere in discussione i meccanismi stessi della forma istituzionale che regola la nostra convivenza sociale (penso ai limiti dello stesso modello democratico, per come lo abbiamo fino ad ora conosciuto e praticato, nell'epoca dei social media e dell''oltremondo' suggestivamente evocato da Alessandro Baricco nel suo ultimo volume 'The Game').

Il quarto capitolo del testo di Donolo (‘La costruzione di standard come processo politico e istituzionale’) e l’ultima parte del suo volume (‘Apprendimento e capacità istituzionale’) sono stati per me fonte di stimolanti riflessioni, e di confronto non solo sul piano tecnico scientifico, ma anche su quello della pratica professionale, e cioè degli interventi di consulenza che progetto e realizzo da oltre trent'anni, spesso in organizzazioni pubbliche: interventi riflettendo sui quali ho elaborato, a mia volta, considerazioni e indicazioni operative (penso, per fare solo un esempio all'adozione di standard nella formazione, nell'orientamento, nei servizi per il lavoro).
 
Per chi come me è convinto, sulla base della propria esperienza di tanti anni, che la qualità della nostra vita abbia sempre più bisogno di istituzioni ‘intelligenti’, questo volume costituisce un compagno prezioso per attraversare l'estate: un compagno con il quale certo ho già dialogato in passato, ma con il quale, dopo tanto tempo, mi farà particolare piacere ripercorrere insieme gli stessi sentieri.
 
Sentieri che oggi ('così ricco di esperienza e di saggezza', come osserverebbe Konstantinos Kavafis in 'Itaca') vedrò con occhi diversi, e che esprimerò con parole nuove, fino a ridefinirli: e forse, proprio per questa via, fino ad identificare nuove soluzioni: in quel percorso di apprendimento che è uno dei compiti esistenziali che sento come più importanti.
 
Forse, il più importante.
Il brano che segue è tratto dall'Introduzione del volume: i grassetto sono invece a mia cura

Riscopriamo le istituzioni. Le riscopriamo quando ne abbiamo più bisogno e ci accorgiamo che quelle esistenti sono carenti o insoddisfacenti. O addirittura sono diventate fattore di crisi sociale, economica e morale. Allora tutti parlano di istituzioni, e in particolare gli attori politici, i protagonisti della vita pubblica attuali o potenziali. Il funzionamento delle istituzioni pubbliche interessa in primo luogo a loro, perché ne dipendono le loro chances di vita, la loro carriera e il loro successo. Mentre gli amministratori pubblici tendono a tenere basso il profilo, per non diventare troppo visibili ed esporsi così a indesiderati interventi riformatori, i politici di professione e le coorti dei loro aiutanti anche intellettuali tematizza la crisi istituzionale come causa di tutti i mali e come panacea dei mali che essi stessi hanno contribuito a produrre.
Da anni, da troppo tempo, si discute di riforme istituzionali. Finora sono stati raggiunti due risultati: la delegittimazione del vecchio assetto normativo a partire dalla costituzione repubblicana, e la riforma, finora solo parziale e parzialmente riuscita, del sistema elettorale. All'orizzonte si profilano riforme dell'assetto centro/periferia in senso maggiormente federativo, la riforma fiscale, un intervento che ridisegna i ruoli rispettivi dei due presidenti e il loro modo di elezione e legittimazione popolare, la riforma della pubblica amministrazione. La mancata tempestiva adozione di misure di riforma istituzionale ben calibrate, specie nel corso degli anni '80, è stato un fattore determinante della crisi politica e morale culminata nel 1993-1994. Ma non si tratta solo di un fallimento della politica, della sua capacità riformatrice. Si tratta anche di cattiva e carente cultura istituzionale, anzi di un vero e proprio oblio di cosa sono e a cosa servono le istituzioni. Specie quelle pubbliche, destinate al governo degli affari collettivi e alla regia degli interessi e delle identità di lunga durata del paese.
La cattiva cultura istituzionale, del resto un portato comune dell'evoluzione degli ultimi decenni su cui tanto insistono anche March e Olsen, ha certamente le sue radici nell'iperpoliticismo condiviso dagli attori politici pur nella diversità delle opzioni ideologiche e programmatiche. Ciò comporta il primato delle volontà politiche e cioè delle forze politiche. Anche quelle più socialmente radicate non sono in grado di sapere molto sulla società che sono chiamate a governare. Le culture storiche di organizzazione sono pallidi fantasmi e la loro sostituzione con versione più adeguate - la cosiddetta fantomatica cultura di governo, alla quale non sarebbe male aggiungere un po’ di senso dello Stato - resta un processo superficiale, come la cipria sulle parrucche settecentesche. Il ceto dei professionisti politici per necessità e destino è composto da incompetenti. Ma la loro ignoranza è più specifica e peculiare: sta nei loro meccanismi di difesa, variamente mascherati dietro appello all'autonomia della politica, alla responsabilità del ruolo, alla propria storia personale. Perciò si buttano sui sondaggi, perché così credono di sentire il polso della società. O discutono gli articoli di fondo con la stessa gravità con la quale gli impiegati lunedì mattina si dedicano giustamente al commento delle partite di calcio.
L'ignoranza della politica è stata pervicacemente aiutata da una cultura accademica scolastica, ispirata a modellistiche apprese sui libri di testo, succube dei supposti modelli ideali di qualche altro paese - basti pensare alle ridicole dispute sulle varie scuole filofrancesi, filoinglesi o filotedesche in materia elettorale - con protagonisti pseudo esperti dell’ultima ora, cattivi consiglieri dei principi e cattivi imbonitori di audience televisiva. La cultura giuridica non ha fatto eccezione, perché - come già segnalava Von Hayeck – vittima anch'essa del positivismo e dell'economicismo imperanti. Ci sono giuristi che hanno fatto eccezione, ma non sono stati in grado di interferire con le preferenze mal fondate delle pattuglie aggressive dei riformatori “o la va o la spacca”.
Nella babele linguistica che ha caratterizzato la discussione sulle istituzioni il gergo tecnico ha mascherato malamente le predilezioni per scorciatoie, semplificazioni e soluzioni ad personam, che destrutturavano il sistema istituzionale tra picconate e formule magiche, mentre si avviava una deriva - assai pericolosa per lo stesso regime democratico - plebiscitaria, populistica e di riduzione autoritaria della complessità della transizione cui la società italiana è chiamata.
Se le idee contano quanto gli interessi, le cattive idee pesano anche più di questi. In tal senso si può dire ci sia stata nell'ultima crisi italiana una certa trahison des clercs, in quanto gli intellettuali, e soprattutto i giuristi e gli scienziati sociali, non hanno per niente mostrato una capacità di prendere parola e di attivare una voce ragionata, argomentata e responsabile. Ansia di protagonismo forse, ma anche paura del passaggio. Anche molta rassegnazione, in un mondo dominato dalla comunicazione fittizia massmediale a fronte dell’isolamento istituzionale e sociale dell'università e in generale dei saperi scientifici e professionali.  
Riscopriamo le istituzioni, almeno proviamoci. La crisi italiana è in primo luogo crisi delle basi morali della società, delle identificazioni e delle speranze collettive, crisi di credibilità delle istituzioni pubbliche, delusione rispetto alle capacità della politica di risolvere problemi. Le istituzioni pubbliche sono il patrimonio ereditato di problemi e soluzioni pregresse spesso obsoleti, anzi produttori di effetti perversi e di freno a tutte le possibili mete della società. Ma sono anche la sostanza di cose sperate per il futuro, modi per affrontare e risolvere problemi, ridurre rischi, aumentare capacità, perseguire valori dichiarati nelle prime righe della nostra Costituzione.
Riscoprire le istituzioni significa cercare di capirle nel loro merito, nelle loro logiche specifiche, nella loro vita reale. Significa poi riconoscere le forme del mutamento, quelle volute e quelle non volute, quelle desiderabili e quelle perverse. Infine, implica la formulazione di un approccio a largo spettro nelle azioni miranti alla loro modificazione, nella considerazione che i fattori di mutamento in buona parte ci sono sconosciuti, che solo in parte le possiamo controllare, che non dobbiamo affidarci a panacee e a comode semplificazioni, sapendo che - come la povertà evangelica - le istituzioni saranno sempre con noi, nel bene nel male.
Dobbiamo correggerle, anche profondamente, ma dobbiamo sapere che non tutto può dipendere da discussioni politiche, dibattiti legislativi, provvedimenti di legge, atti amministrativi, referendum o altro ancora.
Le istituzioni cambiano soprattutto se cambia la relazione tra cittadini e istituzioni, e se le istituzioni sono in grado di indurre e aiutare questa riqualificazione dei loro rapporti. Cambiano se cambia la relazione tra addetti alle istituzioni e i loro compiti e la vita delle istituzioni. Cambiano se i saperi socialmente disponibili sono chiamati a dare una mano in modo meno occasionale e sporadico, e se nessun sapere presume un monopolio tale da spacciare la propria razionalità per sapere esclusivo e dominante. 
Riscopriamo le istituzioni se impariamo a guardarle con altri occhi, e se mettiamo al lavoro tutti i saperi che la società, nella sua divisione del lavoro, e nell'accumulo delle esperienze, ha raccolto per i tempi difficili. In democrazia le istituzioni siamo noi, un noi collettivo, nel quale purtroppo possiamo oggi identificarci solo a fatica e con ripugnanza: esse sono ormai diventate la nostra cattiva coscienza, sono la somma delle omissioni del passato, degli errori del presente, delle ipoteche sul futuro.


I commenti sono chiusi.
    Picture

    PIER GIOVANNI BRESCIANI

    Psicologo, Fondatore di Studio Méta & associati, Professore a contratto presso Università di Urbino

    Pubblicazioni
    View my profile on LinkedIn
Foto
​Studio Méta & associati srl. P.IVA C.F. N. Registro Imprese BO 03650540374. R.E.A. BO 306627 - Cap. Soc. €. 10.400,00 i.v.
Copyright © 2020 studiometa.org by Studio Méta & associati srl. All rights reserved                                  
                                          
  • Home
  • Chi Siamo
  • Aree di attività
  • Clienti
  • Contatti
  • BLOG